Intervista al rettore del Collegio
Padre Giuseppe Puttinato
(marzo 2009)
Nato nel Comune di Ceregnano, parrocchia di Baricetta, il 7 aprile 1933. Nel Seminario diocesano di Rovigo dal 1946 al 1954. Entrato nel 1954 nell'Istituto Comboniano e ordinato sacerdote il 14 marzo 1959, Padre Giuseppe Puttinato partì nel settembre dello stesso anno per il Sudan, dove è rimasto - con brevi intervalli fuori del paese - fino ad oggi.
D - Padre Giuseppe, lei ricorda in questi giorni 50 anni di sacerdozio e di vita missionaria, una tappa molto importante nella vita di un prete. Le chiedo: cosa rappresenta questo traguardo per lei, per la sua vita?
R - Mi sento realizzato! Da seminarista, non godevo buona salute e dubitavo di potere un giorno essere mandato in missione. Sono partito per il Sudan alcuni mesi dopo l'ordinazione e sono ancora qui, dopo 50 anni.
D - Padre Giuseppe, come è maturata la sua scelta di vita, la sua vocazione. Intendo dire: chi sono stati i suoi "maestri" ?
R - Ne menziono uno, il più influente: Mons. Giuseppe Pavani, padre spirituale nel seminario diocesano. Quasi quasi direi che mi ha spinto; sicuramente mi ha incoraggiato e sostenuto nei 4 anni che ho dovuto attendere per entrare nell'istituto missionario.
D - E la vocazione missionaria come è cresciuta in lei?
R - Mons. Pavani ci dettava la meditazione al mattino. Spendeva buona parte dei 20 minuti che aveva a disposizione per dirci che il tempo era troppo poco per parlarci; ma le sue parole mi hanno rafforzato nel mio proposito di diventare missionario.
D - Padre Giuseppe, come lei ha detto, ha iniziato il suo cammino di formazione presso il Seminario vescovile di Rovigo. Quali ricordi conserva di quegli anni, dei suoi insegnanti-educatori e dei suoi compagni di studi?
R - Sono stati 8 anni di grande serenità. I miei compagni di classe: Nazzareno Zorzato, Orazio Tosi, Giorgio Munerato, Ferdinando Altafini; quelli della classe precedente: Giuseppe De Stefani, Settimo Malin, Valentino Tonin, Palmieri (non ricordo il nome proprio); quelli della classe seguente: Gianni Azzi, Angelo Gianesella, Marcello Prandi, ma tutti i seminaristi mi volevano tanto bene.
E gli insegnanti mi stimavano anche troppo: Mons. Aldo Balduin mi scelse come suo dattilografo nella schedazione dei libri della biblioteca; e Mons. Romano Ballarin, che oltre alla musica mi insegnava italiano, voleva che diventassi un bravo professore di belle lettere, non "uno scrittore di cartoline illustrate", come diceva. Già allora ero piuttosto conciso nello scrivere.
D - Come sono trascorsi questi 50 anni di sacerdozio e di missione. Brevemente, può ricordarci i suoi impegni in tutto questo tempo?
R - Mi sembra che siano passati solo 5 anni dal 19 settembre 1959, quando arrivai a Khartoum. Per 20 anni ho insegnato religione, storia e inglese. Per altri 20 anni sono stato direttore di scuole primarie e secondarie. Durante questo secondo periodo sono stato per 6 anni rettore del Seminario diocesano di Khartoum. E negli ultimi 10 anni ho fondato e diretto il Comboni University College. Non mi sono mai dimenticato di essere prete, soprattutto alla domenica.
D - Appunto, le sue attività sembrano piuttosto "laiche", se così si può dire. Vorrebbe accennare ad alcune attività specificamente "sacerdotali"?
R - Oggi è domenica. Questa mattina ho celebrato una prima Messa in un convento di suore anziane e ammalate. Ho ascoltato una confessione (pochi si confessano oggidì in questa parte del mondo) e ho portato la Comunione ad un sacerdote ammalato. Questa sera ho celebrato una seconda Messa nella Cattedrale di Khartoum. Quando ero giovane andavo alla periferia della città a celebrare la Messa e a visitare i malati alla domenica. Ho fondato un'associazione di maestri cattolici e mi occupo della loro formazione cristiana. Come rettore del Seminario, nel passato, e come insegnante di religione, per 25 anni, penso di avere svolto attività "specificamente sacerdotali".
D - C'è nella sua vita, padre Giuseppe, un episodio, un fatto, che fra i tanti ricordi che certamente ha, lei ama ricordare?
R - Era circa mezzanotte e, scortato dalla polizia (c'era il coprifuoco in città), sono andato a dire una preghiera assieme a due prigionieri condannati a morte, che prima dell'alba sarebbero stati impiccati. La fede in Dio di uno dei prigionieri (l'altro non riusciva a dire una parola) ha lasciato una traccia profonda nella mia anima.
D - Come è cambiato in questi anni il modo di essere missionario? Chi è oggi il missionario?
R - Per le suore, niente è cambiato; per i padri invece, che 50 anni fa erano tutti provenienti dall'estero, e oggi sono una minoranza in mezzo al clero locale, molto ovviamente è cambiato. Il missionario oggi non è più un pioniere, un fondatore; ma soltanto un aiutante. Io stesso, fondatore e rettore del collegio universitario, ho un sudanese al mio fianco, che può diventare - anche presto - il mio successore.
D - Padre Giuseppe, si parla sempre più della necessità di dialogo tra Cristianesimo e Islam. Lei cosa ne pensa, come vede questa realtà? E che rapporto c'è oggi in Sudan tra Cristiani e Islam?
R - Le scuole della Chiesa - scuole Comboni, come sono chiamate dalla gente - offrono un esempio, piuttosto limitato ma non trascurabile, di una convivenza pacifica, nel rispetto reciproco tra Cristiani e Musulmani. E' quello che si chiama dialogo di vita. Il dialogo teologico è molto scarso in Sudan, e potrebbe servire per una maggiore conoscenza reciproca, ma non so con quali risultati pratici immediati.
D - Padre Giuseppe, quale pensiero accompagna ogni giorno la sua vita di prete e di missionario?
R - Il pensiero che Dio mi ama e ama tutta la gente che mi circonda - anche i Musulmani!
D - Quale pensiero desidera esprimere in questo momento per la sua Chiesa diocesana di origine - la Chiesa di Adria e Rovigo - e per la sua terra del Polesine?
D - Giustamente, con il Sinodo diocesano, la nostra diocesi di Adria e Rovigo si sta concentrando sulla missione ad intra. Mi auguro che, in questo tempo, non venga trascurato l'impegno per la missione ad extra, che ho visto crescere nei recenti anni passati. E sarebbe bello che, nell'apostolato dei Polesani nel Mondo, fossero inclusi i Polesani in Sudan e nel resto dell'Africa; ma confesso con dispiacere di non avere notizie e statistiche in proposito.
D - Siamo in Quaresima e ci stiamo preparando alla Pasqua. Per lei missionario, cosa rappresenta la Quaresima, come vive questo tempo, e cosa rappresenta la festa della Pasqua?.
R - Per me e per la Chiesa in Sudan, la Quaresima non è soltanto il tempo della penitenza. Dato il numero considerevole di catecumeni, che si preparano a ricevere il Battesimo a Pasqua, per noi la Quaresima è legata al Battesimo, a ricevere il sacramento o a rinnovare le promesse battesimali. Purtroppo, per molti dei nostri cristiani (probabilmente anche fuori del Sudan) la Pasqua è meno sentita del Natale. Gesù bambino attrae e commuove più di Gesù risorto. Cosa si può farci?

