UN COLLEGIO APERTO A TUTTI
Intervista a Padre Giuseppe Puttinato sul "Comboni" di Khartoum
D. Lei è missionario e certamente intende svolgere opera di evangelizzazione con il Collegio Comboni. In che modo Lei "evangelizza" i suoi studenti, che forse - almeno in parte - neppure credono in Dio?
R. Gesù non esigeva la fede in Dio dalle persone che evangelizzava, alle quali cioè "annunciava" il Vangelo. E ci ha comandato, "Andate e annunciate il Vangelo a ogni creatura". Il Collegio Comboni è aperto a tutti: a Sudanesi del Nord del Sud dell'Est e dell'Ovest Sudan, a stranieri dei paesi vicini, a cristiani e a musulmani, a indù e a non credenti, a ragazzi e a ragazze, a ricchi e a poveri. A tutti si "annuncia" il Vangelo, inculcando con l'esempio e (quando è possibile) anche con la parola i valori evangelici della libertà di religione, della pari dignità dell'uomo e della donna, della giustizia sociale, del rispetto e dell'accoglienza degli altri, del servizio alla comunità e dell'aiuto ai poveri.
D. Tutte queste cose che Lei chiama valori evengelici non sono presenti anche negli altri collegi e nelle università private e governative, che a quanto sembra sono piuttosto numerosi almeno a Khartoum, se non in altre parti del Sudan. C'è proprio bisogno di un collegio della Chiesa cattolica, e addirittura - come si sente parlare - di una università cattolica in Sudan?
R. Dubito che certe istituzioni private abbiano chiaramente altri scopi oltre quello di fare soldi attraverso la concessione di un diploma. Quanto alle istituzioni governative, in teoria queste possono avere come obiettivi quelli che ho chiamato i valori evangelici; in pratica, però, i ministeri governativi e le direzioni dei collegi e delle università fanno quello che possono e spesso non riescono a fare tutto, per assicurare l'educazione che i genitori desiderano per i loro figli. La Chiesa ha il diritto e il dovere (vedi "Deus Caritas est", no. 28) di fare la sua parte nella formazione di leader e professionisti che si qualifichino secondo i suoi principi morali. Ovviamente, ogni parte del Sudan, non soltanto la città di Khartoum, deve essere tenuta presente, secondo le possibilità, nell'apertura dei vari collegi di una futura università.
D. Daniele Comboni, fondatore del Suo istituto, diceva: "Rigenerare l'Africa con l'Africa". Lei è italiano e sicuramente ha fondato il Comboni College e lo gestisce con fondi provenienti dall'Italia. In che senso può dirsi africano, o più precisamente sudanese, il Collegio Comboni?
R. Io sono italiano, ma sono anche sudanese: mi è stata donata la cittadinanza sudanese ed ho passaporto sudanese. Ad ogni modo, tutto il personale del Collegio Comboni è sudanese. E attualmente, le spese del Collegio sono coperte tra il 60 e 70% da fondi sudanesi (rette degli studenti e profitto di corsi brevi offerti a professionisti). Se presto arriviamo, come si spera, a dipendere da donazioni dall'estero per il 20-25%, non c'è male, direi.
D. Lei ha accennato all'aiuto dei poveri come ad un obiettivo del Collegio. Penso che al "Comboni" di Khartoum non soltanto si inculchi l'aiuto ai poveri, ma anche si aiutino studenti poveri.
R. Non si danno più esenzioni totali dalle rette, come si è fatto in vari casi nel passato. Ora si offrono sconti che vanno dal 25 al 50%, secondo il profitto negli studi e anche secondo la condizione economica (non tanto della famiglia, che spesso non c'è o non può aiutare) quanto piuttosto degli studenti stessi che in vari casi hanno un piccolo impiego.
D. Lei ha parlato anche di pluralismo etnico e religioso nel Collegio, e di pari oppurtunità (probabilmente intende la "gender ratio", cioè la percentuale delle ragazze). Vorrebbe sviluppare un poco questi due punti? Come va il pluralismo nelle relazioni tra gli studenti? E quante sono le ragazze nel Collegio?
R. Attualmente, le ragazze al "Comboni" di Khartoum sono il 35% (115 ragazze su 325 studenti e studentesse nei corsi universitari). La percentuale delle universitarie è molto inferiore al 35% nel Sud Sudan, ma supera il 50% nei collegi e nelle università del Nord Sudan. Quanto al pluralismo, premesso che gli studenti vengono al Collegio ad imparare ad essere pluralisti, non a dimostrare che lo sono, la situazione è più che soddisfacente. Non mancano i piccoli scontri, ma l'armonia che regna tra studenti di etnie e religioni diverse è il miglior successo del Collegio Comboni. Il Sudan è sempre stato in guerra per la mancata accettazione di questo pluralismo. Se l'esperimento del Collegio Comboni potesse essere esteso a tutto il paese, il Sudan godrebbe veramente la pace e lo sviluppo che tutti desiderano. Le ragazze, a quanto mi sembra, sono migliori dei ragazzi a questo riguardo. E' bello vedere cristiane e musulmane salutarsi - baciarsi e abbracciarsi - quando si rivedono dopo giorni di vacanze, e aiutarsi negli studi.
D. Perchè la percentuale delle ragazze è piuttosto bassa nel Sud Sudan e anche al Collegio Comboni?
R. Sono poche, finora, le ragazze del Sud che frequentano corsi superiori, e questo soprattutto perchè, nella cultura di varie tribù del Sud, le ragazze devono occuparsi dei bambini piuttosto che di studi superiori - i bambini propri quando esse raggiungono l'età considerata giusta, o i fratellini quando sono ancora bambine.
D. Da vari anni si sente parlare di una futura università cattolica del Sudan. A che punto è questo progetto?
R. Ci sono due approcci al riguardo: nel Sud Sudan si parla dell'università come già esistente, sebbene là ci sia soltanto un corso preparatorio ad un primo programma di studi; a Khartoum, nel Nord Sudan, c'è il Collegio Comboni, che fu approvato dal Governo Centrale nel 2001 e sta per sfornare il quarto gruppo di laureati. Secondo il Governo sudanese, occorre che esistano cinque collegi - o almeno cinque corsi universitari - per ottenere il titolo di università. A mio parere, sarebbe meglio aspettare alcuni anni prima di parlare dell'esistenza dell'università. Non si costruisce un edificio incominciando dal tetto! Bisogna incominciare con delle solide fondamenta: nel nostro caso, con un buon numero di corsi universitari bene avviati, in varie parti del Sudan.

